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ACUFENI E IPERACUSIA
Cosa sono gli acufeni:
Gli acufeni conosciuti o identificati dalla popolazione
anche come fischio, ronzio, fruscio, rombo, sibilo ecc. ecc. sono dei rumori
interni generati dal nostro orecchio e amplificati dal nostro cervello.
Da alcuni anni esistono alcune terapie
che possono dare risultati apprezzabili nei confronti dell’acufene.
Ma prima di parlare di terapia bisogna capire di cosa
stiamo parlando, dell'origine, delle cause di questo sintomo cosi fastidioso
per alcuni e cosi innocuo per altri.
Almeno una volta nella vita sarà capitato a tutti,
nella maggior parte dei casi per pochi secondi, di sentire un fischio per
qualche secondo. Nei casi in cui il fischio permane si parla di acufene o
tinnitus. Tale disturbo è molto soggettivo (spesso può essere associato ad
altri sintomi quali ipoacusia, iperacusia, vertigini ecc. ecc.), tanto che
ad alcuni può non dare nessun fastidio ed a altri può alterare la qualità
della vita.
Per poter leggere e comprendere al meglio questo
documento vi esortiamo a leggere o a stampare anche le pagine di anatomia e
fisiologia dell’orecchio presenti nel sito. Il nostro obiettivo in questo
documento è quello di fornire il maggior numero di informazioni riguardo
l’acufene e i sintomi associati cercando di utilizzare un linguaggio
comprensibile e chiaro anche per i non addetti ai lavori. Fin d’ora vi
esortiamo ad usufruire del servizio di consulenza on-line per qualsiasi
chiarimento in merito.
Gli acufeni sono dei rumori non registrabili
dall’esterno che a seconda del significato soggettivo che viene attribuito
ad essi dal cervello possono avere significati diversi e procurare un
diverso fastidio. Vengono percepiti dal 20 % circa della popolazione in modo
transitorio o continuo anche senza alcuna patologia in corso e nella maggior
parte dei casi non è considerato fastidioso; inizia a essere considerato
rilevante quando permane fisso e la sua presenza limita le nostre attività
quotidiane, creando un “campanello di allarme” generato da un sintomo
sconosciuto e misterioso. Fino a qualche anno fa l’unica cosa che il
paziente si sentiva dire dal proprio medico di fronte al sintomo acufene era, dovrà
abituarsi e conviverci tutta la vita sperando che non peggiori, in parole
semplici: non c’è nulla da fare, se lo deve tenere.
Oggi le conoscenze sono sicuramente migliori
sull’argomento, perché siamo in grado di eseguire accertamenti diagnostici
specifici per identificare in modo preciso la causa dell’acufene, ma anche
grazie ad una terapia specifica che per una buona percentuale può dare degli
ottimi risultati sulla scomparsa del fastidio e sulla percezione del suono
stesso. Fin d’ora ricordiamo che non tutti i pazienti affetti dal sintomo
acufene hanno bisogno di una terapia, infatti spesso conoscere il sintomo è
sufficiente per attenuare o spegnere il sintomo stesso rompendo il
meccanismo creato dall’unione di reazione d’allarme e abitudine. Nel caso in
cui questo non bastasse abbiamo ulteriori armi a nostra disposizione per
combattere il “tinnitus”.
E’ importante sottolineare alcuni concetti che vengono
spesso (sbagliando), evidenziati come luoghi comuni dell’acufene; in un
sintomo come questo è molto importante non avere dei dubbi e chiarirsi le
idee, in modo da affrontare il problema correttamente.
Regole generali da conoscere o da applicare nei
confronti del sintomo “acufene”:
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Termini con cui viene identificato un acufene:
tinntus (inglese), fischio, ronzio, brusio, fruscio, rombo, tintinnio,
sibilo, rumore nella testa, friggitoria, motore;
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Può manifestarsi in diversi modi, come fischio a
frequenza acuta, come ronzio o brusio a frequenza grave, avere un suono
variabile su tutte le frequenze del campo dinamico, può essere
intermittente come il battito cardiaco o generato da uno stimolo
meccanico o continuo;
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Dobbiamo fare una distinzione iniziale tra acufeni
oggettivi (battito del cuore, suono meccanico, suono registrabile o
udibile esternamente…) e soggettivi (fischi, ronzii, rombo, sibilo…),
suoni non udibili esternamente e in genere continui (per brevi o lunghi
periodi) che in entrambi i casi hanno caratteristiche variabili sia per
intensità che per frequenza da un paziente all’altro;
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L’acufene oggettivo è legato ad un evento meccanico
all’interno del cranio o nel distretto cervico-facciale (contrazioni
cloniche del muscoli facciali, flusso sanguigno dei vasi del cranio o
del collo, alterazione temporo-mandibolare…);
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L’acufene soggettivo è un suono fantasma (udibile
solo da chi ne soffre) e nasce da alterazioni delle vie uditive,
dall’abbassamento del filtro cerebrale, da una serie di risposte
condizionate o da una reazione d’allarme e si consolida a causa del
meccanismo di abitudine che si instaura a livello del sistema nervoso
centrale (SNC);
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La seconda distinzione deve essere tra acufeni come
sintomo di patologia uditiva o vestibolare o acufeni parafisiologici
(acufeni presenti in assenza di patologia);
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L’intensità può essere misurata con specifiche
prove audiometriche, ma non è il parametro più importante; il disturbo è
creato dall’effetto soggettivo che il sintomo crea a livello cerebrale;
per esperienza personale un acufene, la cui misurazione audiometrica
mostra un livello d'intensità molto basso, può essere descritto dal
paziente come insopportabile e portare all’alterazione della qualità
della vita;
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L’acufene non è una malattia ma un sintomo, o di
una patologia uditiva o vestibolare ma può anche presentarsi in assenza
di patologia (parafisiologico, cioè non viene evidenziata nessuna
patologia dagli accertamenti diagnostici eseguibili);
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L’acufene parafisiologico viene comunemente
considerato un abbassamento del filtro cerebrale rinforzato da risposte
condizionate e da una reazione d’allarme;
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Il filtro cerebrale è una parte del sistema nervoso
centrale che ha il compito di aumentare o ridurre le informazioni
afferenti, non solo in base alla loro intensità, ma in base
all’attenzione volontaria e al significato emotivo associato al segnale;
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Le risposte condizionate e le reazioni d’allarme
vengono generate attraverso il sistema nervoso centrale che risponde
agli stimoli ricevuti anche se apparentemente non collegati tra loro.
Per capirci meglio, ogni nuovo segnale viene considerato da sistema
nervoso centrale attribuendogli un significativo (positivo o negativo) e
predisponendo l’eventuale reazione d’allarme mediata dal sistema
neurovegetativo; a questo punto l’identificazione cosciente del segnale
non genera effetti positivi o negativi, determinando una progressiva
attenuazione fino alla scomparsa o meglio all’abitudine intesa come
fenomeno neurofisiologico; al contrario attribuire un significato
positivo o negativo genera delle connessioni stabili tra le aree emotive
(sistema limbico) e le aree disposte a creare la reazione d’allarme
(sistema neurovegetativo). Diventa facile dedurre il meccanismo con cui
si crea e si mantiene l’acufene, evidenziando come la reazione d’allarme
crei la parte “invalidante” del sintomo. In questo caso può sicuramente
venirci incontro il famoso esperimento del russo Pavlov sui riflessi
condizionati secondo cui mostrando del cibo ad un animale si registra un
aumento della salivazione, se si aggiunge uno stimolo sonoro e
l’associazione viene ripetuta diverse volte, successivamente basterà
anche il solo stimolo sonoro per ottenere l’aumento della salivazione.
Questi riflessi possono essere modificati eseguendo il percorso inverso,
anche se bisogna considerare che il tempo necessario sarà notevolmente
più lungo;
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La base che crea il fastidio è data dal fatto che
l’acufene viene associato al pericolo e crea cosi una via preferenziale
a livello cerebrale per cui diventa difficile distogliere l’attenzione
da esso e con il passare del tempo l’abitudine associata alla reazione
d’allarme porta ad un deterioramento della qualità della vita stessa;
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Due persone che hanno lo stesso disturbo possono
riferire due diversi livelli di fastidio, anche diametralmente opposti,
e questo non dipende certo dall’intensità del suono (che per esperienza
personale nella grande maggioranza dei casi è di poco superiore alla
soglia uditiva) ma dal grado di reazione d’allarme generata dalla novità
sconosciuta;
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La TRT (Tinnitus Retrainig Therapy) che si basa sui
concetti appena illustrati è efficace nei confronti di qualsiasi
patologia generata dall’orecchio perchè non agisce direttamente
sull’orecchio ma sul cervello. Dopo un adeguato iter diagnostico mirato
all’individiazione del problema, può essere una valida alternativa per
sconfiggere il sintomo “incriminato”;
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La TRT mira ad eseguire il percorso inverso creato
dalla reazione d’allarme e a rompere il meccanismo dell’abitudine, ma
bisogna tenere presente che il tempo necessario per effettuare questo
cambio di rotta e molto lungo perché la plasticità neuronale avviene
realmente ma non è un processo automatico;
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In un numero notevole di pazienti esiste la
consapevolezza che il sapere riduce il sintomo, quindi l’iter
diagnostico risulta fondamentale in quanto spesso il paziente che
capisce l’origine del sintomo e acquisisce nozioni di base sul
funzionamento dell’orecchio e sui motivi che possono creare un acufene,
non ha bisogno di un aiuto terapeutico. Questo avviene soprattutto nei
casi di acufene recente o di lieve entità. Precisiamo che l’iter
diagnostico serve anche a escludere patologie degenerative o progressive
che possono arrecare danni irreparabili all’orecchio;
Le basi della TRT (Tinnitus Retraining Therapy):
Verso la fine degli anni ‘80 un Neurofisiologo
dell’Università di Baltimora (Stati Uniti), propose un modello
neurofisiologico in grado di spiegare questi disturbi e decise di proporre
un trattamento denominato Tinnitus Retraining Therapy , che inizialmente si
diffuse negli Stati Uniti ed in Inghilterra per poi svilupparsi in molti
centri sparsi nel mondo. L’obiettivo di questo tipo di approccio è quello di
far scomparire o ridurre le reazioni attuate dal sistema nervoso centrale
nei confronti dell’acufene, rimuovendo gli aspetti negativi che non
permettono l’adattamento a livello neurologico (cioè la capacità di
annullare un rumore fastidioso o la percezione del rumore stesso). Tutto
questo viene realizzato attraverso la demistificazione dell’acufene,
realizzabile attraverso tre punti principali che sono: gli accertamenti
diagnostici, fornire al paziente l’adeguato supporto per eliminare i dubbi
generati dal nuovo sintomo e spiegare i meccanismi con cui si genera e si
rafforza l’acufene, l’arricchimento sonoro ottenibile attraverso (ma non
solo) dei piccoli generatori di rumore indossabili nell’orecchio (esistono
infatti anche dei dispotivi ambientali). Solo dopo aver rispettato questi tre punti è giusto parlare di TRT ed è
logico aspettarsi un miglioramento o la risoluzione della sintomatologia di
partenza.
Dopo questa premessa chiariamo che la TRT è una terapia
che agisce sulla causa del problema, il cervello e non sulla fonte,
l’orecchio. Lo scopo è quello di decondizionare la reazione neurovegetativa
che si è creata nel momento dell’insorgenza del sintomo dalla sorgente
stessa. Ciò avviene modificando strutturalmente il sistema nervoso centrale
grazie alla plasticità del sistema stesso, facendo perdere significato al
segnale.
L’obiettivo è quindi quello di rompere il legame tra
segnale bioelettrico a livello sottocorticale e la reazione neurovegetativa
d’allarme creatasi nei confronti del segnale coadiuvata dall’azione del
sistema limbico che gestisce l’azione emotiva. L’unico inconveniente è che
per ottenere dei risultati ottimali è necessario protrarre il trattamento
per 15-18 mesi dall’inizio (il tempo necessario per ottenere le modifiche
delle reti neurali). Comunque la terapia è in grado di determinare una
progressiva riduzione con il passare del tempo, fino alla scomparsa del
fastidio e dell’interferenza con la vita quotidiana. La difficoltà
nell’eliminare anche la percezione del sintomo è data dal fatto che non
stiamo agendo sull’origine del sintomo ma sulla causa. Ma credo che in tanti
firmerebbero per non avere più il fastidio creato dal sintomo, anche senza
poter eliminare definitivamente la percezione.
Il protocollo viene attuato attraverso due processi
paralleli che sono la demistificazione del sintomo e l’arricchimento della
competizione acustica ambientale.
La demistificazione del sintomo è il primo passo
fondamentale da compiere se si vuole iniziare la TRT, infatti bisogna
dimostrare al paziente che siamo assolutamente certi che non esiste una
patologia in corso a carico dell’orecchio sulla base delle indagini
diagnostiche effettuate e che il “tinnitus” (termine inglese per chiamare
l’acufene) non è un qualcosa di irreversibile perchè la rete neurale grazie
alla sua plasticità può percorrere il percorso inverso che ha generato il
fastidio e in questo modo rendere l’acufene innocuo. Bisogna essere in grado
di rispondere ad ogni domanda del paziente, anche la più assurda, cercando
cosi di eliminare anche il più piccolo dubbio e qualunque preconcetto o
pregiudizio spiegando il funzionamento dell’apparato uditivo e del sistema
nervoso. Ricordiamo ancora una volta che questi processi non avvengono in un
batter d’occhio ma solo il passare dei mesi darà dei frutti. Nei casi di
recente insorgenza o più lievi potrebbe anche bastare il “counseling” (il
dialogo tra il paziente e lo specialista) e visite di controllo successive,
quindi senza intervenire con l’arricchimento sonoro.
Bisogna chiarire che la TRT non è una psicoterapia, non
agisce sugli aspetti generali del paziente, cioè un paziente ansioso rimarrà
tale anche dopo la TRT, noi con questa terapia andiamo ad agire solo sul
distretto di nostra pertinenza per l’acufene, modificando la catena creata
dalla reazione emotiva.
Parliamo adesso della seconda parte del protocollo e
cioè dell’arricchimento sonoro ambientale, ottenuto mediante piccole
somministrazioni di rumore bianco in maniera continuativa;per piccole
somministrazioni intendiamo un suono ne troppo alto (mascheramento
dell’acufene) ne troppo basso (rischio di generare il fenomeno della
risonanza stocastica), ma un suono che si misceli allo stesso livello di
intensità dell’acufene. Fermiamoci un attimo e spieghiamo cosa sono il
mascheramento e la risonanza stocastica; il primo è una metodologia usata
diversi anni fa che mira semplicemente a coprire l’acufene senza applicare
nessun beneficio terapeutico ma dando il solo sollievo momentaneo della sua
scomparsa; il secondo è un fenomeno fisico che si può creare se il suo
presentato (per lassi di tempo abbastanza lunghi) è troppo basso rispetto
all’acufene, correndo il rischio di esaltare l’acufene anziché ridurre il
fastidio da esso generato.
Per una maggiore chiarezza dobbiamo chiarire che per
ogni orecchio esiste un “mixing point”, cioè l’intensità di rumore bianco
necessaria per avere una percezione soggettiva identica dei due suoni
presenti. La nuova miscela creata viene subito assimilata dal cervello e
l’abitudine porta a non percepire il nuovo suono dopo pochissimo tempo; il
nuovo suono naturalmente non sarà accompagnato da reazioni di allarme o
pericolo, in quanto non ci sono i presupposti per creare un fenomeno di quel
tipo essendo il suono conosciuto e ben definito oltre che sempre uguale nel
tempo.
Il tipo di terapia applicabile, se necessaria, sarà
variabile da paziente a paziente e concordato solo dopo aver eseguito un
adeguata batteria diagnostica.
Il risultato si raggiungerà per gradi e successivamente
attraverso colloqui o di persona o telefonici (consigliati in una fase
avanzata del trattamento) si stabilirà come proseguire adattando l’uso degli
ausili acustici ed eventualmente quando necessario ripetendo alcuni
accertamenti diagnostici. L’obiettivo è quello di arrivare all’eliminazione
degli ausili acustici in modo graduale e non traumatico fino a depositarli
definitivamente nel cassetto.
La TRT è un trattamento di sicura efficacia ma non di
rapida esecuzione per cui è opportuno valutare in tutta tranquillità la
situazione perché mese più mese meno siamo in grado di intervenire allo
stesso modo (ricordiamo che si interviene sul cervello e non sull’orecchio),
mentre il sintomo potrebbe anche affievolirsi o scomparire senza nessun tipo
di intervento dopo la prima fase conoscitiva. La vera base della TRT è un
buon couseling preceduto dagli accertamenti diagnostici, non è possibile
saltare o invertire i tempi e i modi di applicazione della terapia.
L’arricchimento sonoro può essere programmato con tutta calma, è anche
possibile effettuare una prova (efficace per valutare l’adattabilità del
paziente ma non il risultato che abbiamo già detto non è immediato) o
eseguirlo gradualmente nel tempo.
Quali sono i tipi di arricchimento sonoro disponibili:
Generatore di suono ambientale: in genere una palla da
poggiare sul tavolo o sul comodino quando si sta a casa in modo da evitare i
momenti di silenzio assoluto; l’apparecchio fornisce una vasta scelta di
suoni (vento, mare, uccellini…) ed è regolabile per volume e tempo di
erogazione.
Generatore di suono personalizzato (sound generator):
sono due piccoli apparecchi adattati al singolo paziente (tipo protesi
acustiche) di dimensioni molto ridotte che vengono applicati quotidianamente
alle orecchie; hanno il vantaggio di poter essere portati ovunque e di poter
usufruire della stimolazione sonora in modo continuativo senza interruzioni.
I generatori devono sempre essere portati in coppia perché è necessaria una
stimolazione ambientale omogenea e non riconducibile ad una sorgente sonora
localizzata.
Cuscino sonoro (sound pillow):
cuscino con altoparlanti e cavo per collegamento a cd portatile incorporati
che consente con un cd in dotazione di riprodurre gli stessi suoni udibili
con il generatore ambientale; anche qua la versatilità dei lettori cd
permette varie regolazioni. Ha il vantaggio rispetto al generatore
ambientale di essere percepito solo dal paziente senza disturbare le altre
persone presenti al letto, ma bisogna rimanere legati al cuscino per poterlo
sentire.
Che cosa è l’iperacusia:
E' un alterazione a livello del sistema di elaborazione centrale dei suoni
percepiti, mentre spesso l’orecchio non ha nessuna patologia in corso. L’iperacusia
è un disturbo curabilissimo; spesso al fenomeno iperacusia si accompagna un
altro fenomeno chiamato fonofobia (letteralmente paura dei suoni), che pian
piano isola il paziente dal mondo perché si inizia ad aver paura del fatto
che anche i normali suoni quotidiani possano arrecare danno. Spesso questi
pazienti un po’ per paura un per protezione iniziano a proteggersi dai
suoni (anche di intensità modesta), con tappi per dormire, per uscire ecc…
In genere la fonofobia è l’anticamera dell’iperacusia.
I suoni che vengono trasportati dall’orecchio interno al cervello attraverso
le vie nervose centrali vengono regolati come sensibilità. Successivamente
vengono elaborati da una fitta rete di fibre nervose (neuroni), a questo
punto interviene l’importanza del segnale, spesso infatti noi sentiamo tra
mille voci quella che conosciamo o tra mille parole riusciamo a carpire
quelle che ci interessano, questo perché il nostro cervello memorizza le
precedenti esperienze di ascolto. Abbiamo una particolare zona deputata per
questo lavoro che è il sistema limbico. Lo scopo è quello di aiutarci nel
percepire un eventuale pericolo circostante.
Ad esempio noi a volte indichiamo alcuni suoni più intensi di altri, spesso non
è cosi ma interviene il significato che quel determinato suono possiede. In
un processo graduale i meccanismi uditivi sono molto potenti e possono
essere allenati inconsciamente a riconoscere determinati suoni ritenuti pian
piano sempre più pericolosi fino a tramutarli in una sensazione fastidiosa
che può sfociare in un attacco di panico. Il sistema libico interviene
invece sulla parte emozionale. La parte emozionale interviene sulla
sensazione soggettiva amplificandola e rendendoci ipersensibili (da qui il
termine iper). Una persona affetta da fonofobia finisce per concentrarsi
solo su i suoni ritenuti pericolosi creandosi con il passare dei giorni
difficoltà di attenzione e concentrazione e quindi pian piano tende
all’isolamento. Per capirci il sistema libico subisce la stessa stimolazione
che ci induce ad allontanarci da un posto potenzialmente pericoloso in
seguito ad un segnale convenzionale (ad esempio non andremo mai a dormire
tranquilli se nella nostra casa c’è odore di gas ma soprattutto lo faremo
solo dopo aver scoperto con certezza la causa del problema).
Quasi tutti i pazienti sono convinti che il silenzio sia la risoluzione di
tutti i loro problemi, trascurando il fatto che il silenzio non è una
condizione di normalità per il genere umano! Per cui l’isolamento acustico
non solo non risolve il problema ma peggiora la situazione perché la
sensibilità delle vie nervose cresce ulteriormente; un esempio classico può
essere l’adattamento della vista graduale al cambio di situazione
ambientale. Se noi entriamo in una stanza buia all’inizio non siamo in grado
di distinguere nulla all’interno della stanza, dopo qualche secondo iniziamo
ad avere una percezione dello spazio che ci circonda sempre maggiore.
Naturalmente non stiamo parlando di una condizione di buio assoluto (anche
la nostra vista ha dei limiti).
Per cercare di sconfiggere il problema bisogna invece sottoporsi a
stimolazioni di piccole quantità di suono in modo costante (evitare in tutti
i modi tappi o isolamenti sonori), infatti è provato, soprattutto nei
pazienti non affetti da deficit uditivo, che il metodo funziona in una
grandissima percentuale dei casi. Si applicano dei generatori di suoni (come
per la TRT), seguendo un protocollo molto rigoroso (gestito da personale
specializzato), e con il passare dei mesi si riesce a ridurre
l’amplificazione delle vie nervose interessate. Il tutto è misurabile con
alcuni particolari test audiometrici. Se invece il paziente ha un deficit
uditivo l’aiuto arriva dall’applicazione delle protesi acustiche regolate in
maniera specifica. In alcuni casi non è possibile ottenere nessun
miglioramento se non viene contemporaneamente rimosso lo stato di fobia ( a
volte è necessario anche per i pazienti affetti da acufeni), grazie
all’aiuto di uno specialista. Il successo viene raggiunto attraverso un
percorso lento e graduale e una delle tappe fondamentali è la
demistificazione del sintomo, rimuovendo le cognizioni errate acquisite in
precedenza.
Possiamo concludere che la terapia per l’iperacusia si basa
sull’applicazione dei generatori di suono o comunque sull’esposizione del
paziente a stimolazioni sonore graduali. Il sintomo si sconfigge nella
maggior parte dei casi applicando i generatori di suono che evitano il
silenzio assoluto per tutta la giornata. Come per gli acufeni,
l’applicazione è l’ultimo passo mai il primo, anche se abbiamo individuato
il problema già dalla chiacchierata iniziale.
Per informazioni o richiesta di consulenza vi invitiamo ad utilizzare
l’apposito modulo dedicato alle consulenze on-line o chiamate i numeri
079/275898 - 328/3761612.
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